Lucia racconta l'occasione del lavoro e le sue scelte realizzative:la realizzazione di questo progetto mi e stata richiesta dalla Commissione Pari Opportunita del Comune di Guspini per raccogliere in immagini le testimonianze delle operaie che lavorarono a Montevecchio. La preoccupazione che le ultime voci si spegnessero era grande di donne. Quelle donne infatti che ancora vivevano a Guspini e ad Arbus erano ormai molto anziane; non c'erano informazioni sistematizzate o almeno raccolte né sulla loro esperienza di allora nè sulla loro vita attuale: i nomi delle donne da intervistare emersero infatti durante la mia ricerca. Non erano disponibili neppure materiali fotografici o audiovisivi di repertorio.
La Commissione voleva, anche ricordare, attraverso il documentario, un tragico incidente avvenuto il secolo scorso e totalmente assente nella memoria collettiva ma che, in tempi recenti, era stato oggetto di ricerca d' archivio.
Il mio interesse per le tematiche legate alla condizioni di lavoro nelle miniere era già vivo: nel 1989 avevo girato un documentario sull'esperieza di sardi emigrati in Belgio negli anni trenta per lavorare nelle miniere. Nel caso di Andaiausu a pei a pei era forte lurgenza di fissare in immagini i racconti e le esperienze di alcune donne altrimenti destinate alla dimenticanza: con questo documentario conciliavo quindi il mio affetto sul lavoro in miniera con il mio interesse per le problematiche del lavoro femminile.
Le linee narrative:
sul piano narrativo avevo due linee di racconto che non sembravano incontrarsi immediatamente: storie di donne e bambine che avevano lavorato a Montevecchio, e la storia del tragico incidente, di cui però non era rimasta memoria sociale: nessuna delle donne intervistate sapeva dellincidente o ne aveva sentito parlare quando ancora lavorava in miniera.
Per risolvere questa apparente incongruenza ho scelto di utilizzare laspetto delloblio come elemento nella narrazione: lincidente non esiste nella memoria, ne rimangono tracce solo negli inequivocabili documenti racchiusi nellArchivio di Stato.
Il documentario, che in maniera tagliente si apre con un cartello della miniera che esorta gli operai e le operaie allosservanza delle misure di sicurezza, mostra le rovine di una casa operaia costruita nella stesso punto dove avvenne lincidente. Le immagini di quel tetto sfondato hanno una funzione evocativa di un fatto di cui non esiste piu alcuna traccia fisica. Il rumore dellacqua assume un ruolo importante sia perche fu causa dellincidente ma anche per la funzione che lacqua ha nel processo lavorativo della miniera. Le immagini dellarchivio di Stato e del documento sono accompagnate con voce fuori campo che legge il testo del documento stesso. Ho scelto di frammentare la lettura del documento in tre parti, per creare un certo crescendo e per ritmare in tematiche riconoscibili ma non didatticamente presentate i racconti delle donne: la seconda parte ripete la fine della prima; lultima è molto corta e sottolinea il dramma dellimpunita del potere.
L'altro binario della narrazione prevede le testimonianze dirette delle lavoratrici. Ogni intervistata racconta del motivo che la portò - o costrinse - a lavorare in miniera e come si svolgeva una giornata tipo; tutte raccontano dei maltrattamenti, dei rapporti di potere e della solidarieta tra compagne. Il cerchio si chiude con i racconti della misera sorte dei mariti anchessi operai morti prematuramente per malattie contratte in miniera. Ho scelto di intervistare anche una lavoratrice che era impiegata in ufficio e che rappresenta un lesempio positivo di emancipazione, comunque critica rispetto alla segregazione che vigeva.
Le interviste sono condotte in sardo e la vivacita dei racconti mi ha dato ragione di questa scelta: in questo modo mi sono conquistata la loro fiducia e disponibilità.
Il contesto di lavoro e le collaborazioni:
questo e stato anche il mio lavoro finale di specializzazione all' Accademia delle Arti di Utrecht nel Corso di Video e Televisione (European Master of Arts). Anche su questo piano manifesta la sua particolarità e attraente difficoltà. I colleghi con i quali ho lavorato, il cameraman e l'editrice, sono un olandese e una israeliana che evidentemente non potevano comprendere i testi ma che hanno dato un contributo doppiamente apprezzabile: per la sensibilità dimostrata dal cameraman nellapproccio con le intervistate e la prudenza nel tipo di inquadrature scelte e per il coinvolgimento della tecnica del montaggio che con me pensava a come risolvere la difficoltà del doppio binario narrativo, a cui anche si devono le scene con più immagini e la scelta delle sovrapposizioni con forti elementi simbolici ricorrenti: il documento, i serbatoi dacqua, la campana della direzione in movimento e poi ferma, la cappella di Santa Barbara, lospedale della miniera, il cimitero di Arbus.
Il commento sonoro riprende le sovrapposizioni: lacqua, il tocco della campana, simbolo dello scandirsi dei momenti della vita della miniera e delle sciagure della miniera, la lettura del documento e il canto "Badde lontana".
Le fotografie, con la funzione di aiutare chi guarda ad immaginare le condizioni di lavoro di allora, sono perlopiù dellarchivio di Iglesias - dove abbiamo potuto filmarle - o tratte da pubblicazioni che abbiamo potuto reperire: fanno vedere le donne in posa in gruppo nei piazzali, in gruppo con il sorvegliate o al lavoro alle griglie.
Un video documentario come questo richiede necessariamente che si tenga conto delle possibilità reali delle intervistate, della loro mobilità e disponibilità. Con due di loro abbiamo potuto filmare i luoghi del lavoro: ma la miniera è ferma e non può più offrire immagini dellattività di allora. La centralità delle testimonianze dirette e dei racconti e il loro potere di suggestione sono il modo attraverso ci si può rappresentare un mondo altrimenti destinato alloblio: il lavoro delle bambine e donne nella miniera.
Le protagonoiste che raccontato sono: Adelina Tolu, Barbara Concas Pani, Annetta Caddeo, Giannetta Melis, Fedela Arixi Usai, Idina Atzei Caddeo.
Il grave incidente avvenuto nel 1871 (un giorno di maggio in cui 11 tra donne e bambine - 3 donne e 8 bambine - muoiono schiacciate nella baracca dove dormivano dopo aver staccato dal lavoro, travolte da una valanga d'acqua per la rottura di un serbatoio) diventa il filo rosso che attraversa la storia delle lavoratrici che vissero e che lavorarono nella miniera di Montevecchio. Alcune hanno raccontato la loro esperienza, la storia di altre che non ci sono piu la narrano i luoghi abbandonati, le foto, le tracce rimaste. Il documentario le raccoglie facendo scorrere in parallelo la vicenda della tragedia avvenuta nel cantiere "Azuni" e la storia vissuta dalle donne intervistate e dalle loro compagne.
A seguito dellincidente ci fu una indagine che non diede alcun esito nè fu riconosciuta alcuna responsabilità alla direzione della miniera o a chicchessia: la voce di Tino Petilli legge il documento ufficiale redatto dal Prefetto è F.C. per segnarne il distacco.
I racconti e le interviste delle lavoratrici costruiscono un ponte emozionale che ci riporta in una miniera oggi abbandonata che la natura, a poco a poco, si riprende.
Barbara faceva la cernitrice: figlia di minatore è stata costretta ad andare a lavorare durante il fascismo alla morte del padre. Anche lui era malato a causa del lavoro in miniera che però dava da mangiare a tutti. Era lunica possibilità rimasta, la vita in campagna poteva essere ancora più crudele ed incerta. Per la madre vedova lunica cosa da fare era mandare la figlia adolescente al lavoro in miniera. Bardellare, cernire, vagonare, spaccare, insaccare, grigliare. Ha lavorato a Pozzo SantAntonio fuori nello sterrato esterno e nella laveria Principe Tommaso. Ha finito di lavorarci perche il marito non voleva vederla fare un lavoro cosi pesante. Anche lui e morto giovane malato di miniera.
Idina figlia dello stalliere dei padroni della miniera sin da piccola aveva le idee chiare sulla sua determinazione ad essere indipendente, lavorare per sé e soprattutto vivere in buone condizioni. Ha lavorato prima in ufficio cosa rara per una donna e per giunta così giovane. Il lavoro successivo, che farà per il resto del suo tempo in miniera, a Spianamento, fu come responsabile della gestione dello spaccio: un certo riconoscimento sociale, un ottimo rapporto con i padroni, la partecipazione agli eventi mondani. Parla della ricchezza della miniera e di quanto si stava bene. Un esempio diverso di forma di emancipazione sia dalla miseria e verso lacquisizione di posizioni privilegiate ancora precluse alle donne.
Adelina vive nella Casa di Riposo comunale di Guspini. Ci racconta della sua storia come cernitrice. Non puo uscire dallospizio ma i suoi ricordi sono più che vividi.
Andiamo con Barbara e Fedela a visitare i luoghi ove le donne lavoravano: la laveria Principe Tommaso e allaperto nello sterrato.
Dati Tecnici
Regia e Produzione: Lucia Argiolas
Montaggio: Galit Eliat
Riprese: Jozef Leenhouwers
Edizione del sonoro: Mosh Keiner
Voce: Tino Petilli
Musiche Alessandro Olla e Daniele Ledda
Sottotitoli: Lia Desotgiu
Produzione: Sardegna/Olanda
Durata: 30 min.
Anno: 1999
Raccontano
Fedela Arixi Usai
Idina Atzei Caddeo
Annetta Caddeo
Barbara Concas Pani
Giannetta Melis
Adelina Tolu
Con il finanziamento di
Comune di Guspini
Commissione Comunale per le Pari Opportunita' Comune di Guspini
Commissione Regionale per le Pari Opportunita' tra uomini e donne - Presidenza della Giunta Regionale
EMSA Ente Minerario Sardo
Accdemia delle Arti di Utrecht Facolta' Arte, Media e TecnologiaIn collaborazione con
Archivio Comunale di Guspini
Archivio Storico Comunale di Iglesias
Archivio Storico di Stato Cagliari
Centro Servizi Turismo Culturale Montevecchio
Istituto Italiano di Cultura dei Paesi Bassi - Amsterdam
Musiche:Badde lontana è eseguita dal Coro Luigi Canepa di Sassari